Intervista per Esquire Magazine

Premetto che è stata un’intervista molto bizzarra e difficile da tradurre, e mi rendo conto persino io che molti frasi non hanno un senso logico perciò scusate se alcune cose dovessero risultare ababstanza confuse.
Sta raccontando una storia con un finale, all’altezza di qualcosa. Ma io la fermo. Sembra giusto. Ashley Greene sta per fare uno scherzo sullo scenario del film Butter, una commedia indie in cui recitano anche Jennifer Garner e Hugh Jackman, un film che parla di una competizione di sculture di burro, situato in Iowa ma girato per qualche (visualmente ingiustificabile) ragione in Shreveport, Louisiana. Sta per guidare uno scherzo sul Midwest. I suoi denti brillano, i suoi capelli cadono perfettamente lisci sul collo, il suo bagliore si sta un po’ affievolendo. Conosce gente a Los Angeles che favorisce regolarmente con degli scherzi su stati flyover. E’ come se stesse permettendo a se stessa di essere leggermente crudele. E vuole raccontare una storia.
Cerco di fermarla con l emani. “Ascolta, dovrei essere correta,” le dice. “Prima che vai troppo oltre: io vivo nel Midwest. Ho preso un volo dall’Indiana ieri notte.”
Con questo, Ashley Greene porta la sua lunga, apparentemente fragile manina sulla sua bocca e delicatamente scoppia a ridere di se stessa. “Oddio,” dice. “E’ fantastico.” Punta il dito contro di me e poi contro di lei, ridendo al ‘guarda-in-cosa-ci-stavamo-cacciando’. “E’ vero” risponde. “Vengo dalla Florida!”
Cosa? “No, no,” chiarifico. “Ho detto Indiana. Greene-castle. Venticinque anni.”
“Beh, vengo dalla Florida!” dichiara lei. E, la verità è, che in qualche modo la semplice forza gioiosa di questa assurda affermazione ci rende uguali identiche in questo momento. Fa cadere il suo aneddoto, calcia contro il tavolo, si fa un po’ più avanti, e riesco a sentire il profumo del suo shampoo. Le sue dita si stanno arricciando all’interno del suo grande orecchino tondo. Ha lasciato Jacksonville quando aveva diciassette anni. Un anno dopo, ha ottenuto uno dei ruoli principali per Twilight, viaggiando abbastanza da poter dire “Non vivo esattamente qui.” Ancora con le dita, puntando qua e là, intendendo: questo posto, questo quartiere, questa città, Los Angeles. Si tocca le punte dei capelli, schiocca il loro futile peso sulla sua spalla, e sembra stia svelando un segreto.
“Aspetta,” dico, “Qual era lo scherzo? Era sulla competizione di burro?” Ma lei ha tagliato la frase finale. Il momento è passato. E’ troppo intelligente per mettersi i piedi in bocca. “Hai girato cinque film con le stesse persone e vi sentite davvero come una famiglia. Ma girare questi cinque film in posti diversi, e nessuno di questi vi ha fatto sentire davvero a casa.”
Cercate il nome di Ashley Greene su internet, e incontrerete il fantastico puzzle di una donna che trasforma se stessa da una disgraziata e passionale – viaggiando felicemente sul red carpet, con i capelli sottosopra, una ragazza festaiola colta in una grande risata all’assurdità di una vita fortunata – ad un’esile, luminosa e fraterna ragazza: capelli spazzolati all’in giù, raccolti dietro, arricciati per bene sopra le spalle, una sensibile e diligente studentessa del lavoro che ha intrapreso. Non sarebbe giusto dire che fa tutto questo solo con gli occhi e con i capelli. Ma scusate, è così che funziona. Si trasforma da una all’altra da una foto ad un’altra foto, proprio davanti alle vostre facce.
Appare libera abbastanza come se avesse tutto il tempo che le serve. E’ completamente tranquilla nel parlare della sua vita come se fosse stata una viandante, come se ci fosse poco sforzo concreto nel percorso che le si è aperto con Twilight, a The Apparition, un horror film, a Butter. Non c’è alcun segno del programma lavorativo che le permetta di avere una vera casa.
Arrossisce, tuttavia – menzionando il photoshoot del body-painting alla spiaggia, e alludendo al fatto che non afferma mai di avere un ragazzo. Anche quando il suo sguardo è alquanto contemplativo, il sangue si diffonde dal suo petto al suo collo e alle sue guance. La party-girl’ Ashley Greene non beve, non fa neanche delle vere feste. “Al mio secondo anno a Los Angeles, quando avevo diciotto anni, non avevo nessuna agenzia,” dice, “così ho smesso di uscire, e di fare feste. Era importante per entrare nel mondo del lavoro. Dovevo concentrarmi.”
Nemmeno la ‘sorority-girl’ Ashley Greene, che si è seduta con me oggi, è gelida; è solo una ragazza con un Day-Timer appuntato sulla sedia tra la sua coscia e la sua borsa, una cassa di responsabilità. Infatti, è così rilassata, contro la promessa delle due ore di conversazione e una ciotola di zuppa che pensereste avrebbe potuto accomodare ina una zona comfort al lavoro. Ma infatti: “Quello che mi ha dato Twilight sono anni che ho speso lavorando come volevo lavorare.”
Piega di nuovo l’orecchino. L’anno prossimo, compirà ventisei anni. Mima ed esulta pensando a quel momento. Ridendo poi con se stessa, dice che non vede l’ora di compiere trent’anni. “E’ una bell’età,” dice. “E’ un’età di scelte.”
“Lo so,” dice, “non mettiamoci fretta, giusto?” Alzo le spalle. Lei sorride, gli occhi un po’ lucidi e scuri. Poi, come se non lo considerasse, si toglie la splilla dai capelli, fa scorrere la mano tra i capelli, e scuote la sua chioma, così che acquisti volume. Ed eccola: scompigliata e comunque piena di intenzioni.
“Davvero, finita la storia di Butter,” dico. “Ti ho interrotta. Dimmi la storia sull’Iowa. O sull’Indiana. Posso farcela.” Ride e il rossore scala dal suo busto fin sopra al collo e fino alle guance e agli occhi. Bella gente, bella gente.Ashley Greene mi guarda negli occhi quando lo afferma. Non ci avviciniamo alla frase finale, sempre che ce ne fosse una.
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